ADL Consulting è una società di consulenza strategica, public affairs e comunicazione istituzionale specializzata in attività di lobbying, advocacy e policy data intelligence. Dal 2012 sosteniamo il decision-making basato sui dati e promuoviamo il #DigitalLobbying nel settore.
Il “Digital Lobbying Blog” è uno spazio digitale dove il nostro Team mette a disposizione di tutti i professionisti di settore approfondimenti su questioni emergenti nazionali e internazionali, innovazioni e best practice.
La nostra Academy è una piattaforma dedicata alla formazione di esperti in affari istituzionali e regolatori, dirigenti, giornalisti e collaboratori parlamentari. I nostri corsi, tenuti da docenti qualificati ed esperti di settore, formano figure professionali con un elevato grado di specializzazione, capaci di operare sul fronte delle relazioni istituzionali e dei public affairs attraverso tecniche e strumenti innovativi interdisciplinari.
Analisi, report e approfondimenti sui principali temi di innovazione, policy e digital lobbying. Un osservatorio strategico per comprendere trend, impatti e opportunità.
La qualità di una democrazia si misura anche dalla sua capacità di includere chi non parla la lingua di riferimento del sistema istituzionale.
In un contesto di crescente mobilità, governance multilivello e partecipazione digitale, la barriera linguistica smette di essere un semplice tema sociale e diventa una variabile strutturale di accesso al potere decisionale. Questa condizione si traduce in un ostacolo quotidiano per milioni di persone: si pensi alla difficoltà di comprendere le istruzioni per votare in un paese straniero. La conseguenza è una limitazione concreta dell’esercizio dei diritti civili e una riduzione della partecipazione al dibattito pubblico e ai processi decisionali.
Sebbene il leggendario “Babel Fish”, traduttore universale della fantascienza, resti irrealizzabile, l’intelligenza artificiale sta rendendo concreta l’ambizione di superare le barriere linguistiche. Storicamente le soluzioni per affrontare questo problema erano due. La prima è lo studio di una lingua comune, come l’inglese: una soluzione efficace, ma che richiede tempi lunghi e presenta ostacoli per chi ha difficoltà nell’apprendimento. La seconda è il ricorso a un traduttore umano, un approccio molto preciso ma con costi elevati che lo rendono difficilmente accessibile ai cittadini nelle necessità quotidiane.
Oggi emerge una terza via: l’uso di traduttori automatici basati sull’intelligenza artificiale. Lo studio di Luis Cabrera pone una domanda concreta:
possono le nuove tecnologie contribuire a rendere la democrazia più inclusiva?
Il timore più diffuso riguarda l’affidamento eccessivo alle macchine e il rischio di omologazione culturale. I modelli di intelligenza artificiale sono addestrati su grandi quantità di dati provenienti dal web e tendono quindi ad assorbire i bias culturali presenti nello spazio digitale. Il problema più delicato riguarda però la perdita delle sfumature linguistiche che rendono possibile un dibattito politico autentico.
Come osserva la scienziata cognitiva Lera Boroditsky, le lingue non sono semplici etichette ma sistemi che influenzano la percezione del tempo, dello spazio e della responsabilità. La scelta di una forma attiva o passiva nella descrizione di un incidente può modificare la percezione della colpa. In ambito politico o giuridico una traduzione che ignori queste differenze rischia di risultare formalmente corretta ma concettualmente fuorviante, con effetti diretti sull’interpretazione di una proposta di legge. In ambito istituzionale questo assume un significato molto concreto: una traduzione automatica non supervisionata può alterare la percezione di responsabilità, obblighi o diritti. Per chi lavora su testi normativi, position paper o consultazioni pubbliche, il rischio diventa anche reputazionale e strategico.
La tesi di Cabrera propone una lettura pragmatica. L’intelligenza artificiale, pur con limiti evidenti, può ampliare l’accesso alla partecipazione democratica. Un interprete professionista richiede risorse economiche rilevanti; le soluzioni basate sull’IA sono invece diffuse e accessibili da uno smartphone. La traduzione smette così di essere un servizio riservato e diventa uno strumento disponibile su larga scala, con effetti diretti sui costi di accesso alla partecipazione politica.
Le applicazioni sono già visibili. L’integrazione di sottotitoli automatici nei dibattiti online e nelle assemblee pubbliche digitali consente a chi è ancora in fase di apprendimento linguistico di comprendere gli interventi e partecipare alla discussione. Riducendo tempi e costi, la tecnologia facilita l’inclusione sociale. In Italia, dove una persona su dieci ha una lingua madre diversa dall’italiano, strumenti di questo tipo diventano una componente essenziale per ampliare l’accesso ai diritti e al dibattito pubblico.
Il tema rientra nel dibattito regolatorio europeo e nazionale. L’entrata in vigore dell’AI Act introduce una disciplina sull’utilizzo della traduzione automatica per scopi informativi generali, distinguendo le applicazioni in base al contesto e al potenziale impatto sui diritti individuali. Il quadro europeo separa i sistemi a basso rischio da quelli utilizzati in ambiti sensibili.
In settori come sanità e giustizia, dove sono coinvolti diritti fondamentali e responsabilità legali, la tecnologia non può operare senza supervisione umana. Il controllo umano resta quindi una garanzia necessaria.
Anche l’Italia ha iniziato a introdurre strumenti di intelligenza artificiale nella Pubblica Amministrazione. La legge 132/2025 definisce un primo quadro normativo nazionale e consente agli uffici pubblici di utilizzare soluzioni di IA per semplificare le procedure e migliorare il rapporto con gli utenti, mantenendo la responsabilità finale in capo all’amministrazione.
Cabrera osserva che l’intelligenza artificiale non deve raggiungere la perfezione per produrre effetti rilevanti, ciò che conta è la capacità di ampliare concretamente l’accesso alla partecipazione. In questa prospettiva prende forma un modello ibrido, nel quale la tecnologia affianca il lavoro umano e ne estende le possibilità operative.
La diffusione di questi strumenti richiede anche nuove competenze. L’uso dell’IA nel dibattito pubblico deve essere accompagnato da capacità di valutazione critica: utilizzare lo strumento non basta, occorre comprenderne limiti e implicazioni. Funzionari pubblici e cittadini sono chiamati a sviluppare forme di mediazione consapevole, capaci di riconoscere bias ed errori.
Nel panorama politico sempre più digitalizzato, governare il rapporto tra tecnologia e istituzioni diventa una condizione per l’esercizio dei diritti. Tradurre il linguaggio significa tradurre il potere in partecipazione.
Adl Consulting è una società di consulenza strategica, public affairs e comunicazione istituzionale specializzata in attività di lobbying, advocacy e change management. Dal 2012 sosteniamo il decision-making basato sui dati e promuoviamo il #DigitalLobbying nel settore.