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Fare lobbying per un’impresa è importante per molteplici ragioni: instaurare un dialogo con i decisori pubblici, infatti, serve a far presenti determinate istanze, fornire ragioni, rappresentare interessi, agendo su regole e decisioni che possono avere un impatto considerevole per qualsiasi organizzazione in modi specifici in ogni settore. Il corporate lobbying – o lobbying di impresa – è così un fenomeno rilevante da osservare, sia per gli studiosi, che per gli stessi professionisti delle relazioni istituzionali e dei public affairs.
Quando si tratta di delineare la propria strategia di lobbying, ogni impresa ha diverse opzioni davanti a sé: una scelta tra le principali è quella tra agire tramite la propria associazione di categoria all’interno di un quadro collettivo oppure individualmente e con maggiore autonomia. Naturalmente una strategia non esclude l’altra; tuttavia, è interessante chiedersi: quali fattori incidono in questa scelta? Due studi pubblicati di recente provano a fornire una risposta.
Il primo studio, pubblicato sul prestigioso Journal of European Public Policy, parte da un’osservazione empirica ormai consolidata: in molti sistemi politici le grandi imprese ricorrono sempre più spesso al lobbying individuale invece che a quello associativo. Gli autori individuano cinque possibili meccanismi esplicativi, distinguendo tra fattori di “offerta” (più legati alle imprese) e fattori di “domanda” (più legati al sistema politico), testando tali spiegazioni su dati raccolti tramite survey somministrate a centinaia di grandi imprese operanti in Danimarca, Finlandia e Paesi Bassi.
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Le ipotesi dello studio di Vesa et al. (Journal of European Public Policy)
Il risultato più netto riguarda la natura degli obiettivi politici perseguiti: quando un’impresa insegue benefici molto specifici e circoscritti (un contratto pubblico, un’esenzione fiscale, un emendamento su misura), non ha alcun incentivo a coordinarsi con altre aziende, e quindi tende a fare lobbying da sola. Questo fattore risulta di gran lunga il più forte tra quelli testati. Il secondo fattore più rilevante è l’accesso privilegiato ai decisori: le imprese che godono di uno status di “insider” nel processo di policy-making (ad esempio perché soggetti consultati regolarmente nei processi legislativi) tendono a sfruttare questo canale facendo lobbying individualmente. Sorprendentemente, né la dimensione dell’impresa né il disaccordo con la propria associazione risultano fattori decisivi a parità di altre condizioni.
Il secondo studio, apparso su Business and Politics, affronta la stessa domanda di ricerca ma propone una differente spiegazione, concentrandosi in particolare su politiche ambientali e posizionamento green delle imprese. L’argomento centrale è reputazionale: quando un’impresa vuole sostenere una posizione impopolare presso i propri stakeholder (tipicamente i consumatori), l’associazione di categoria funge da schermo, distribuendo la responsabilità su tutti i membri e rendendo difficile attribuire la posizione a una singola azienda. L’autrice testa questa teoria in due modi. Primo, analizzando i punteggi di allineamento climatico prodotti dal think tank InfluenceMap su oltre 450 grandi imprese: le aziende più esposte al pubblico dei consumatori mostrano uno scarto sistematico tra le posizioni prese singolarmente (più “verdi”) e quelle prese tramite associazione (meno “verdi”), e tendono a restare in silenzio proprio quando la loro associazione assume posizioni impopolari. Secondo, attraverso un survey experiment condotto in quattro paesi europei (Germania, Paesi Bassi, Francia e Italia) sul settore aereo: i consumatori premiano o puniscono chiaramente le compagnie aeree che fanno lobbying individualmente a favore o contro le politiche climatiche, ma non reagiscono quasi per nulla quando l’informazione riguarda solo l’associazione di categoria.
Messi a confronto, i due studi suggeriscono che la scelta tra lobbying individuale e collettivo non risponde a un’unica logica, ma a calcoli strategici distinti e potenzialmente sovrapposti, riguardanti la specificità dei propri obiettivi, il proprio status di insider nell’arena decisionale, o la (im)popolarità di alcune battaglie a fronte di possibili costi reputazionali.
Per chi si occupa di mappare interessi e strategie di lobbying, l’implicazione pratica è chiara: considerare solo le posizioni delle associazioni di categoria, o solo quelle delle singole imprese, rischia di restituire un quadro parziale e potenzialmente fuorviante del posizionamento dei vari attori.
Adl Consulting è una società di consulenza strategica, public affairs e comunicazione istituzionale specializzata in attività di lobbying, advocacy e change management. Dal 2012 sosteniamo il decision-making basato sui dati e promuoviamo il #DigitalLobbying nel settore.