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Millennials: passato, presente e futuro di una generazione. Verso il 2030: per un "lavoro dignitoso" tra benessere e felicità.

Soddisfazione, sviluppo umano, qualità della vita, libertà di essere e di fare, autorealizzazione, utilità, piacere: da tempo è in corso, a livello internazionale, un dibattito sul superamento del PIL come unico indicatore del benessere. I parametri su cui valutare il progresso di una società non possono essere infatti esclusivamente di carattere economico: nel 2017 l’Italia rientrava nel 16% dei Paesi più ricchi, ma era solo al 48° posto (su 155) secondo il World Happiness Report. A parità di PIL, rispetto ad altri Paesi, all’Italia mancano alcuni “fattori di felicità”.

Ma che rapporto c’è tra PIL e felicità? E come si misura il benessere dei cittadini?

Nel 2016 l’Italia è stato il primo Paese che ha introdotto gli indicatori di benessere equo e sostenibile alla programmazione economica e di bilancio, attribuendo a essi un ruolo nell’attuazione e nel monitoraggio delle politiche pubbliche.

Negli ultimi anni, diverse istituzioni internazionali hanno iniziato a valutare le politiche economiche in base a criteri di benessere più completi di quanto non sia il PIL.

Nel 2015, a conclusione del periodo dei cosiddetti Obiettivi del Millennio, le Nazioni Unite hanno elaborato un’agenda con 17 obiettivi che comprendono una serie di indicatori utili per guidare le politiche locali, nazionali e sovranazionali da qui al 2030, per orientare la nostra società verso una maggiore sostenibilità, per tutti.

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